Un bambino non è qualcosa da aggiustare

Bambina che dipinge con gli acquerelli, vista senza mostrare il volto

Quando un genitore arriva da me preoccupato per il proprio figlio, spesso porta con sé una domanda: «Come possiamo far smettere questo comportamento?»

È una domanda comprensibile. Nasce dalla preoccupazione, dalla fatica e dal desiderio di aiutare il bambino a stare meglio. Ma un bambino non è un’automobile da portare dal meccanico perché sostituisca un pezzo e ce la restituisca “funzionante”.

Un comportamento difficile è, prima di tutto, qualcosa da comprendere.

Un comportamento può essere una forma di comunicazione

L’ansia, la rabbia, le difficoltà di attenzione, i problemi a scuola o nelle relazioni, un sonno molto disturbato e alcuni comportamenti apparentemente incomprensibili possono essere modi attraverso i quali un bambino esprime qualcosa che non riesce ancora a raccontare con le parole.

Questo non significa che ogni comportamento debba essere interpretato come il segnale di un problema psicologico. Significa, però, che è importante non fermarsi soltanto a ciò che il bambino fa, ma provare a comprendere che cosa stia vivendo e quale funzione possa avere quel comportamento nel suo percorso di crescita.

Dietro un comportamento che preoccupa possono esserci emozioni difficili da riconoscere, cambiamenti familiari, fatiche scolastiche, bisogni relazionali, difficoltà nella regolazione emotiva oppure caratteristiche personali e neurodivergenze che richiedono di essere comprese con attenzione.

Guardare il bambino oltre il sintomo

Quando incontro un bambino non osservo soltanto il sintomo o il comportamento che ha portato i genitori a chiedere aiuto.

Guardo il suo modo di giocare, di entrare in relazione, di comunicare e di attraversare le emozioni. Osservo come affronta l’attesa, la frustrazione, le regole e le novità. Cerco di riconoscere le sue risorse, oltre alle sue fragilità, e di comprendere quale significato possa avere ciò che sta accadendo.

Il gioco, il disegno, il racconto e la relazione con lo psicologo possono permettere al bambino di esprimere aspetti della propria esperienza che non è ancora in grado di spiegare direttamente.

Il bambino, però, non viene considerato separatamente dal contesto in cui vive. Per questo il lavoro coinvolge anche i genitori e, quando è utile e possibile, può prevedere un confronto con la scuola o con gli altri professionisti che lo accompagnano.

Quando può essere utile rivolgersi a uno psicologo?

Può essere utile chiedere un primo confronto quando una difficoltà:

• dura nel tempo o tende a intensificarsi;
• provoca una sofferenza evidente nel bambino;
• interferisce con il sonno, l’alimentazione, la scuola o le relazioni;
• limita il gioco, l’autonomia o la partecipazione alla vita quotidiana;
• rende molto difficile la comunicazione in famiglia;
• lascia i genitori disorientati, preoccupati o senza strategie efficaci.

Chiedere un colloquio non significa necessariamente iniziare una terapia. Il primo passo serve a raccogliere la storia del bambino, comprendere le preoccupazioni della famiglia e valutare insieme quale forma di aiuto possa essere più appropriata.

Il lavoro psicologico riguarda anche gli adulti

A volte può essere utile un percorso psicologico rivolto direttamente al bambino. In altri casi è soprattutto necessario aiutare gli adulti a leggere in modo diverso ciò che il bambino sta comunicando e a trovare risposte educative più adeguate.

Il lavoro con i genitori non consiste nel cercare colpe o nel fornire regole valide per tutte le famiglie. Serve piuttosto a comprendere ciò che accade nelle situazioni quotidiane, riconoscere i bisogni del bambino e costruire modalità di relazione più chiare e sostenibili.

Anche piccoli cambiamenti nel modo in cui gli adulti rispondono possono aiutare il bambino a sentirsi maggiormente compreso e a sviluppare nuove possibilità di esprimersi.

Cambiare la domanda

La domanda iniziale può allora trasformarsi.

Non soltanto: «Come possiamo farlo smettere?»

Ma anche: «Che cosa sta cercando di comunicarci questo bambino?»

È spesso da questa seconda domanda che può iniziare un percorso autentico di comprensione e di cambiamento.

Per approfondire

Riccardo Stellon
Psicologo e pedagogista
Riceve a Venezia e Favaro Veneto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati*