L’adolescenza non è soltanto una fase di passaggio in funzione dell’età adulta.
È un’epoca essenziale della vita, con un valore e un significato propri. L’adolescente non sta semplicemente “preparandosi a diventare grande”: sta vivendo esperienze fondamentali, sperimentando nuove forme di autonomia e affrontando la complessa costruzione della propria identità.
Dal suo punto di vista, può essere un’impresa quasi epica.
Il corpo cambia, le relazioni acquistano un’importanza nuova, nascono i primi legami sentimentali e diventa più intenso il confronto con il giudizio degli altri. Contemporaneamente, l’adolescente cerca di comprendere chi è, a quali gruppi sente di appartenere, che cosa desidera e quale posto può occupare nel mondo.
L’adolescenza non è un percorso lineare
Durante l’adolescenza possono alternarsi il bisogno di essere autonomi e il desiderio di sentirsi ancora protetti.
Un ragazzo o una ragazza può chiedere maggiore libertà e, nello stesso tempo, avere bisogno della presenza rassicurante dei genitori. Può cercare il gruppo dei coetanei, ma anche temerne il giudizio. Può mostrare sicurezza in alcuni momenti e sentirsi profondamente inadeguato in altri.
Esitazioni, contraddizioni, conflitti, momenti di chiusura e spinte improvvise verso l’indipendenza appartengono, in una certa misura, al processo di crescita.
Non ogni difficoltà, quindi, è il segnale di un problema psicologico. Tuttavia, quando la sofferenza diventa particolarmente intensa, dura nel tempo o interferisce con la vita quotidiana, può essere utile chiedere una consulenza.
Quali segnali possono indicare una difficoltà?
Non esiste un singolo comportamento che, da solo, permetta di stabilire se un adolescente abbia bisogno dello psicologo.
È importante osservare l’insieme dei segnali, la loro durata e quanto incidano sulla scuola, sulle relazioni, sulla vita familiare e sulla possibilità di svolgere le normali attività quotidiane.
Alcuni segnali ai quali prestare attenzione possono essere:
- ansia intensa o paure che limitano la vita quotidiana;
- tristezza persistente, perdita di interesse o senso di vuoto;
- rabbia molto frequente o difficile da regolare;
- isolamento e progressivo ritiro dalle relazioni;
- improvviso peggioramento scolastico;
- rifiuto o abbandono della scuola;
- forte insicurezza e scarsa autostima;
- difficoltà affettive, sentimentali o relazionali;
- disagio rispetto al proprio corpo;
- comportamenti impulsivi o rischiosi;
- difficoltà legate all’identità e al senso di appartenenza;
- alterazioni significative del sonno o dell’alimentazione;
- bisogni psicologici connessi a una neurodivergenza.
Un cambiamento improvviso merita attenzione, ma anche una difficoltà meno evidente, se persistente, può indicare che l’adolescente sta affrontando qualcosa di troppo complesso per le risorse di cui dispone in quel momento.
Neurodivergenze e adolescenza
L’adolescenza può rendere più visibili alcune caratteristiche legate, per esempio, all’ADHD, all’autismo o a specifiche difficoltà di apprendimento.
Con l’aumento delle richieste scolastiche, sociali e organizzative, strategie che avevano funzionato durante l’infanzia possono non essere più sufficienti. L’adolescente può sentirsi inadeguato, affaticato o costantemente in difficoltà nel confronto con i coetanei.
La neurodivergenza non è qualcosa da “correggere”. Il lavoro psicologico può aiutare la persona a comprendere meglio il proprio funzionamento, riconoscere le proprie risorse, trovare strategie efficaci e costruire un’immagine di sé non basata soltanto sulle difficoltà sperimentate.
Che cosa fa lo psicologo con un adolescente?
Lo psicologo non ha il compito di eliminare rapidamente ogni comportamento che preoccupa gli adulti.
Il lavoro psicologico offre all’adolescente uno spazio riservato e non giudicante nel quale poter raccontare la propria esperienza, dare un nome alle emozioni e comprendere meglio ciò che sta accadendo.
A seconda dei bisogni, il percorso può riguardare:
- la costruzione dell’identità;
- la regolazione delle emozioni;
- l’autostima e il senso di efficacia personale;
- le relazioni familiari, amicali e sentimentali;
- il rapporto con il corpo;
- le difficoltà scolastiche;
- l’orientamento e le scelte per il futuro;
- la conoscenza e l’accettazione del proprio funzionamento neurodivergente.
Lo scopo non è decidere al posto dell’adolescente, ma aiutarlo a riconoscere le proprie risorse e a costruire modalità più personali e sostenibili per affrontare le difficoltà.
Lo psicologo non è l’esecutore delle richieste dei genitori
Spesso sono i genitori a chiedere il primo incontro perché preoccupati da un comportamento, da un cambiamento improvviso o da una difficoltà scolastica.
La loro osservazione è importante e deve essere ascoltata. Lo psicologo, tuttavia, non ha il compito di “aggiustare” l’adolescente o di convincerlo a comportarsi come gli adulti desiderano.
Il primo interlocutore del percorso è l’adolescente.
Perché possa nascere una relazione di fiducia, è necessario costruire uno spazio nel quale il ragazzo o la ragazza possa parlare senza temere che ogni parola venga automaticamente riferita ai genitori.
La riservatezza viene spiegata chiaramente all’inizio del percorso, insieme ai suoi limiti, soprattutto quando emergano situazioni che possono mettere seriamente a rischio l’adolescente o altre persone.
Qual è il ruolo dei genitori?
Rispettare lo spazio dell’adolescente non significa escludere la famiglia.
I genitori possono essere coinvolti attraverso colloqui di consulenza e accompagnamento, utili per comprendere meglio ciò che sta accadendo e individuare modalità relazionali più efficaci.
Il lavoro con loro può aiutarli a:
- ascoltare senza interrogare;
- riconoscere la sofferenza senza minimizzarla;
- mantenere confini e responsabilità adeguati;
- distinguere ciò che li preoccupa da ciò che appartiene al percorso del figlio;
- sostenere l’autonomia senza trasformarla in solitudine;
- restare presenti senza invadere lo spazio personale dell’adolescente.
Anche quando è l’adolescente a svolgere il percorso, il sostegno dei genitori può diventare una risorsa fondamentale.
Come proporre un colloquio psicologico?
È preferibile evitare frasi come: «Hai un problema» oppure «Devi andare dallo psicologo».
Può essere più utile partire da ciò che si è osservato:
«Mi sembra che nell’ultimo periodo tu stia facendo molta fatica. Vorrei capire come possiamo aiutarti. Potremmo incontrare uno psicologo e valutare insieme se può esserti utile.»
Il primo incontro non obbliga a iniziare un percorso. Può essere uno spazio nel quale comprendere la richiesta, ascoltare il punto di vista dell’adolescente e valutare insieme come procedere.
Chiedere aiuto non significa aver fallito
Rivolgersi a uno psicologo non significa dichiarare che l’adolescente sia “sbagliato” o che i genitori abbiano fallito.
Può significare riconoscere che, in un determinato momento, la sofferenza è diventata troppo difficile da affrontare da soli.
Offrire un sostegno psicologico può permettere a un adolescente di fermarsi, comprendere ciò che sta vivendo e continuare la difficile e vitale impresa di diventare sé stesso.
Per richiedere un primo colloquio o ricevere maggiori informazioni, è possibile contattarmi. Ricevo adolescenti e genitori nei miei studi di Venezia e Favaro Veneto.
