Quando un gruppo educativo attraversa una fase di fatica, non basta chiedere alle persone di andare d’accordo. Occorre comprendere che cosa sta accadendo, distinguere le responsabilità e costruire condizioni che permettano di tornare a lavorare insieme.
Un’équipe educativa raramente entra in difficoltà all’improvviso. Più spesso la fatica si accumula lentamente: una decisione poco chiara, un carico distribuito in modo diseguale, una divergenza mai affrontata, la sensazione che il proprio contributo non venga riconosciuto.
Le riunioni continuano, ma diventano meno utili. Le questioni importanti si discutono nei corridoi. Si formano piccoli gruppi e le differenze professionali cominciano a essere interpretate come difetti personali.
«Non ascolta mai.»
«Devo sempre occuparmene io.»
«Tanto non cambierà niente.»
Nel mio lavoro di coordinamento psicopedagogico, formazione e supervisione, considero importante fermarsi su questi segnali: non per cercare immediatamente un colpevole, ma per comprendere quali condizioni stiano rendendo difficile il lavoro comune.
Riconoscere la fatica senza fermarsi alla lamentela
Lavorare in un nido o in una scuola dell’infanzia richiede una presenza intensa. Significa accompagnare emozioni, sostenere separazioni, rispondere a bisogni differenti e confrontarsi con le aspettative delle famiglie. A questo si aggiungono la progettazione, la documentazione e la collaborazione quotidiana tra adulti.
Questa fatica merita ascolto. Liquidarla con un «bisogna essere professionali» rischia di impedire proprio quel confronto di cui il servizio ha bisogno.
La lamentela può essere un primo tentativo di rendere visibile una difficoltà. Diventa però poco utile quando si ripete senza arrivare a descrivere il problema e individuare possibilità di intervento.
Il passaggio è trasformare «qui non funziona niente» in una domanda concreta:che cosa non sta funzionando, in quali momenti e con quali conseguenze?
Dire «durante il pranzo i compiti non sono chiari e ci troviamo a sovrapporci» permette di lavorare su un’organizzazione. Dire «le mie colleghe sono inaffidabili» sposta invece il confronto sul valore delle persone.
Prima di giudicare le persone, osservare il contesto
Non tutte le difficoltà di un’équipe nascono dalle relazioni. A volte il gruppo sta cercando di reggere un’organizzazione che non lo sostiene abbastanza.
Occorre chiedersi se i carichi siano sostenibili, se le responsabilità siano esplicite e se esista un tempo effettivo per confrontarsi. È importante verificare anche come vengono prese le decisioni, come vengono comunicate e che cosa accade quando non vengono rispettate.
Non possiamo chiedere alla disponibilità individuale di compensare indefinitamente la mancanza di risorse o di chiarezza.
Questo non significa, però, che le condizioni organizzative giustifichino ogni comportamento. Riconoscere un problema del servizio e assumersi la responsabilità del proprio modo di stare nelle relazioni sono due compiti che devono procedere insieme.
La responsabilità adulta nella vita dell’équipe
La competenza educativa riguarda anche il rapporto con gli altri adulti.
Essere disponibili con i bambini non esaurisce la responsabilità professionale. Ne fanno parte il modo in cui si comunica con una collega, si accoglie una critica, si segnala un problema e si partecipa a una decisione.
Assumere una posizione adulta significa poter dire: «Questa situazione mi mette in difficoltà», senza trasformare automaticamente l’altro nella causa di tutto. Significa distinguere i fatti dalle interpretazioni, riconoscere il proprio contributo a un problema e rispettare gli accordi presi.
Non significa tacere, adattarsi a tutto o rinunciare al dissenso. Un’équipe ha bisogno anche di persone capaci di segnalare ciò che non funziona.
Il punto è rendere il dissenso discutibile e utile: portarlo nelle sedi appropriate, motivarlo e collegarlo al lavoro educativo. Se la difficoltà coinvolge chi coordina, devono esistere modalità chiare e tutelate per rivolgersi alla direzione o al gestore.
La responsabilità adulta riguarda tutti, compreso chi esercita un ruolo di guida.
Ruoli diversi non significano diverso valore
La pari dignità delle persone non implica che tutti abbiano gli stessi compiti o lo stesso potere decisionale.
Educatrici e insegnanti portano la conoscenza quotidiana dei bambini, osservano, progettano e realizzano gli interventi. Il coordinamento sostiene la coerenza pedagogica e il confronto professionale, secondo il mandato ricevuto. La direzione e il gestore rispondono delle scelte e delle condizioni organizzative di propria competenza.
Quando questi confini sono incerti, qualcuno finisce per assumersi responsabilità che non gli appartengono, mentre altri attendono decisioni che nessuno prende.
Chiarire i ruoli non serve a irrigidire il gruppo. Serve a rendere possibile una collaborazione nella quale ciascuno sappia che cosa può decidere, quando deve confrontarsi e a chi chiedere supporto.
Il coordinamento: trasformare il confronto in scelte verificabili
Il coordinamento non dovrebbe intervenire soltanto quando il conflitto è già esploso. Ha anche il compito di costruire una cornice di lavoro: obiettivi comprensibili, momenti regolari di confronto e modalità condivise per affrontare le difficoltà.
Una riunione non diventa utile soltanto perché tutti hanno potuto parlare. Deve permettere di arrivare a una comprensione più precisa e, quando necessario, a una decisione.
Che cosa modifichiamo? Chi se ne occupa? Quali condizioni servono? Quando verifichiamo se il cambiamento è stato utile?
Coordinare significa ascoltare senza sottrarsi alle proprie responsabilità decisionali. Significa anche riconoscere quando un problema richiede risorse o interventi che competono alla gestione, evitando di lasciarlo sulle spalle dell’équipe.
La formazione: costruire un linguaggio professionale comune
In uno stesso servizio possono convivere idee molto diverse su autonomia, regole, gioco, rapporto con le famiglie e gestione delle emozioni.
Le differenze possono arricchire il lavoro, ma hanno bisogno di essere esplicitate. Altrimenti il confronto rischia di ridursi a uno scontro tra abitudini: «Io ho sempre fatto così».
La formazione offre conoscenze e strumenti per interrogare le pratiche. Diventa particolarmente utile quando parte da domande reali, permette di sperimentare e prevede un ritorno sull’esperienza.
Non basta conoscere un nuovo approccio: occorre chiedersi come tradurlo nelle routine, nell’organizzazione degli spazi e nelle relazioni.
La formazione, tuttavia, non può sostituire una decisione organizzativa rimandata né risolvere da sola un conflitto persistente.
La supervisione: uno spazio per comprendere e ripensare
La supervisione permette di fermarsi su ciò che, nel lavoro educativo, diventa difficile da comprendere o sostenere.
Una relazione con una famiglia che genera tensione. Un comportamento del bambino che suscita risposte molto diverse negli adulti. Un cambiamento che divide il gruppo. La sensazione di ripetere interventi che non producono gli effetti desiderati.
A seconda del mandato, la supervisione può approfondire le pratiche pedagogiche, la relazione educativa e le dinamiche professionali che le attraversano.
Non è un tribunale e non è una terapia di gruppo imposta al personale. Per essere uno spazio utilizzabile richiede chiarezza su obiettivi, riservatezza, partecipazione e modalità di restituzione al servizio.
Chi partecipa deve sapere come verrà utilizzato ciò che emerge. La supervisione può sostenere la comprensione e orientare il cambiamento, ma non sostituisce le responsabilità di coordinamento e gestione.
Tornare a pensare insieme
Coordinamento, formazione e supervisione hanno funzioni diverse. Il loro contributo cresce quando sono collegati a bisogni riconoscibili e a un percorso di verifica, senza essere confusi tra loro.
Il coordinamento dà continuità al lavoro e alle decisioni. La formazione amplia conoscenze e possibilità di intervento. La supervisione aiuta a comprendere situazioni e processi che ostacolano il compito educativo.
L’obiettivo non è costruire un’équipe nella quale tutti siano sempre d’accordo. È permettere alle persone di affrontare le differenze senza umiliarsi, isolarsi o perdere di vista i bambini.
Un’équipe competente non è un’équipe che non incontra difficoltà. È un’équipe che dispone di spazi, strumenti e responsabilità per affrontarle.
Prendersi cura del gruppo di lavoro è, in questo senso, parte della cura educativa.
Formazione e supervisione per i servizi educativi
Nel mio lavoro accompagno educatrici, insegnanti e coordinatori a leggere le difficoltà del servizio e a costruire possibilità concrete di cambiamento, attraverso percorsi di formazione, consulenza e supervisione educativa.
Il punto di partenza è comprendere la domanda del gruppo, chiarire il mandato e individuare obiettivi coerenti con il contesto.
Per informazioni sui percorsi rivolti a nidi, scuole dell’infanzia e servizi 0–6, puoi contattarmi attraverso questo sito.
Riccardo Stellon
Psicologo, coordinatore psicopedagogico 0–6, formatore e supervisore educativo.
